Passeggiate nel centro storico di quasi qualsiasi paese del nord Italia e passerete accanto a muri che resistono da secoli, costruiti non con mattoni tutti uguali ma con pietre di ogni forma e dimensione. Guardate bene un angolo e spesso troverete una pietra più grande e più squadrata delle altre. Nel mondo antico i costruttori cominciavano da lì. Prima che si alzasse un solo muro, il capomastro sceglieva la pietra angolare e la posava con cura, dritta e in piano, perché tutto il resto avrebbe preso le misure da quell’unica pietra. Ogni muro partiva da essa. Ogni fila veniva allineata a essa. Se la pietra angolare era storta, tutta la casa sarebbe stata storta.
Poi arrivavano le altre pietre, raccolte nei campi e nei letti dei fiumi, grezze e irregolari. Da sole non sembravano granché. Ma il costruttore le prendeva in mano una alla volta, trovava il posto giusto per ciascuna e la sistemava accanto alle altre, così che il peso di ognuna fosse sostenuto dalle vicine e, alla fine, dalla pietra angolare. Una pietra da sola è soltanto una pietra. Messa nel muro, diventa parte di una casa.
È proprio questa l’immagine che Pietro ha in mente:
Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata dagli uomini ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo. Infatti si legge nella Scrittura:
«Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa
e chiunque crede in essa non resterà confuso».Per voi dunque che credete essa è preziosa; ma per gli increduli
la pietra che i costruttori hanno rigettata
è diventata la pietra angolare,
pietra d’inciampo e sasso di ostacolo.Essi, essendo disubbidienti, inciampano nella parola; e a questo sono stati anche destinati.
Ma voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa; voi, che prima non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi, che non avevate ottenuto misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia.
1 Pietro 2:4-10
La pietra vivente
Tutto ciò che Pietro dice su chi siamo comincia da Gesù. Prima di essere qualunque altra cosa, ci accostiamo a lui, la pietra vivente. Lui è la pietra angolare che Dio stesso ha posto in Sion, quella da cui tutto il resto prende le misure. La nostra vita è dritta o storta a seconda di come è allineata a lui.
Pietro è onesto: non tutti vedono questa pietra allo stesso modo. Per chi crede, è preziosa. Per chi non crede, è una pietra d’inciampo. I costruttori, i capi religiosi che avrebbero dovuto riconoscerlo, esaminarono Gesù e lo scartarono. Gesù stesso citò loro il Salmo 118, avvertendoli che la pietra che avevano rigettato era proprio quella che Dio aveva scelto (Matteo 21:42). La stessa pietra è o il fondamento su cui costruiamo o l’ostacolo su cui inciampiamo. Non esiste una terza possibilità. Tutto comincia accostandosi a lui con fiducia.
Pietre viventi, edificate insieme
Ma, accostandoci a lui, ci succede qualcosa. Diventiamo anche noi pietre viventi. Non restiamo ammucchiati in un campo, ciascuno per conto suo. Il costruttore ci prende, ci gira tra le mani e ci mette al nostro posto. Siamo edificati insieme per formare una casa spirituale, ognuno parte del piano complessivo di Dio.
Nessuna pietra è l’intero edificio, e nessuna si regge da sola. Ognuna porta una parte del peso delle altre ed è a sua volta sostenuta da loro. E tutti poggiamo sullo stesso fondamento: Cristo. Questo significa che nessuno di noi può dire di non aver bisogno degli altri, e nessuno può dire di non avere un posto nel muro.
Un sacerdozio regale
Poi Pietro cambia immagine. Questa casa è anche «un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali». Ciascuno di noi è fatto per essere sacerdote. Al versetto 9 lo ripete: siamo una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa.
Siamo regali perché apparteniamo al Re. La nostra dignità non viene da noi stessi; viene interamente dal nostro legame con Gesù. Siamo un sacerdozio perché lo serviamo, portando frutto e offrendo noi stessi a Dio per amore, perché lui ci ha amati per primo. E siamo una gente santa in due sensi: Cristo ci ha resi santi togliendo il nostro peccato, e apparteniamo al suo regno. Non stiamo costruendo una nazione sulla terra; siamo stati portati nel regno che lui ha già stabilito.
Niente di tutto questo è un’idea nuova. Non è nata con la Riforma, e nemmeno con il Nuovo Testamento. Al Sinai, prima di dare la legge, Dio disse a Israele chi doveva essere: «un regno di sacerdoti, una nazione santa» (Esodo 19:6). I leviti servivano nel tabernacolo e più tardi nel tempio, ma l’identità di tutto il popolo era sacerdotale. Tutti dovevano rappresentare Dio davanti alle nazioni. E alla fine della storia, l’Agnello viene lodato perché con il suo sangue ha riscattato persone di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, e ne ha fatto per il nostro Dio «un regno e dei sacerdoti» (Apocalisse 5:9-10). Dall’inizio alla fine, l’intenzione di Dio non è cambiata.
Sacerdoti in ogni luogo e in ogni momento
Ciò che è cambiato è dove e quando serviamo. Paolo disse agli ateniesi che Dio non abita in templi costruiti da mani d’uomo (Atti 17:24). Abita in noi. «Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1 Corinzi 3:16). Poiché siamo il suo tempio, il nostro servizio sacerdotale non è limitato a un edificio o alla domenica mattina. Lo serviamo a tavola, al lavoro, nel quartiere, in ogni momento, perché lui è con noi in ogni momento.
Questo significa anche che nella chiesa non esiste una categoria speciale di persone. Ci sono anziani e diaconi. C’è un’autorità reale e ci sono doni reali. Ma nessuno di questi annulla la chiamata di qualcuno a essere sacerdote. Gesù ci ha detto di fare discepoli, battezzandoli e insegnando loro a osservare tutto ciò che ci ha comandato (Matteo 28:19-20). Non è il compito di pochi professionisti. È la chiamata di ogni discepolo. Vogliamo essere «discepoli al 100%», che ubbidiscono a tutti i comandamenti di Gesù, non solo ad alcuni lasciando il resto ai responsabili.
Il compito dei responsabili, quindi, non è svolgere il lavoro sacerdotale al posto di tutti gli altri. È lavorare «per il perfezionamento dei santi in vista dell’opera del ministero e dell’edificazione del corpo di Cristo» (Efesini 4:12). Una chiesa sana non si misura da quante persone siedono a guardare, ma da quante vivono da sacerdoti. Non siamo mai stati destinati a essere spettatori o consumatori nel Corpo di Cristo.
Quali sono i sacrifici spirituali?
Se siamo sacerdoti, che cosa offriamo? Prima di tutto, ciò che non offriamo: sacrifici per il peccato. «Con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati» (Ebrei 10:14). Quell’opera è compiuta. I nostri sacrifici sono risposte di gratitudine, ed è per questo che Pietro dice che sono graditi a Dio solo «per mezzo di Gesù Cristo». Sono accolti perché l’opera dell’espiazione è già compiuta.
Il Nuovo Testamento ne nomina diversi. Il primo siamo noi stessi. Paolo ci esorta «a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale» (Romani 12:1). Non solo le nostre attività religiose, ma tutta la nostra vita, corpo compreso.
Poi c’è la lode. «Per mezzo di Gesù, dunque, offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome» (Ebrei 13:15). Il versetto successivo aggiunge la generosità: «Non dimenticate di esercitare la beneficenza e di mettere in comune ciò che avete; perché è di tali sacrifici che Dio si compiace». Paolo definì il dono in denaro dei filippesi «un profumo di odore soave, un sacrificio accetto e gradito a Dio» (Filippesi 4:18).
C’è la preghiera. Nell’Apocalisse, gli anziani tengono «delle coppe d’oro piene di profumi, che sono le preghiere dei santi» (Apocalisse 5:8). Ogni preghiera che eleviamo sale davanti a Dio come l’incenso nel tempio.
C’è il servizio che costa. Paolo descrisse sé stesso come «offerto in libazione» per i credenti che serviva (Filippesi 2:17).
E c’è la missione stessa. Paolo disse che Dio gli aveva dato la grazia di «essere un ministro di Cristo Gesù tra gli stranieri, esercitando il sacro servizio del vangelo di Dio, affinché gli stranieri diventino un’offerta gradita» (Romani 15:16). Le persone che giungono alla fede attraverso la nostra testimonianza sono esse stesse un’offerta a Dio. Fare discepoli è un’opera sacerdotale. Quando andiamo fra le nazioni, quando condividiamo il vangelo con un vicino, quando insegniamo a un nuovo credente a ubbidire a Gesù e a insegnare ad altri, serviamo come sacerdoti.
Portare frutto
Qual è lo scopo di tutto questo? Il frutto. Nella parabola del seminatore, il buon terreno non è semplicemente quello dove il seme germoglia. È quello che produce raccolto, il trenta, il sessanta, il cento per uno. I nostri sacrifici portano frutto per il Signore e danno gloria a lui, mentre proclamiamo «le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa».
Pietro conclude ricordandoci da dove siamo partiti: «voi, che prima non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi, che non avevate ottenuto misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia». Eravamo pietre grezze sparse in un campo. Dio ci ha raccolti, ci ha dato forma e ci ha messi nella sua casa, sul fondamento di suo Figlio. L’unica risposta adeguata è vivere come i sacerdoti che lui ci ha fatti essere.
Foto di Claudio Carrozzo su Unsplash